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Motus: installazioni video / teatro / cinema
Bibliografia

 

Motus: installazioni video / teatro / cinema

 

 

 

Motus è uno dei gruppi di punta della cosidetta generazione Novanta, o terza ondata, fenomeno esploso agli inizi degli anni Novanta in spazi underground, in circuiti alternativi, extrateatrali decentrati in centri sociali o spazi occupati. Si impongono per il forte impatto visivo e la carica trasgressiva: Motus, Fanny e Alexander, Teatrino Clandestino e Masque Teatro, sono quattro gruppi romagnoli cresciuti sulla scia di Socìetas Raffaello Sanzio e Albe-Ravenna Teatro. E’ un teatro legato ad un vero culto dell’immagine che si esprime in una poetica dall’eccesso di visione: una visione mediatizzata (televisione, video, cinema, pittura e fotografia) si accompagna ad un ossessiva indagine sulle tematiche di un corpo mostrato, violato, nei suoi aspetti estremi di violenza e di sesso. Con le loro installazioni, performance e spettacoli, i Motus richiamano Warhol, Bacon, DeLillo, Cocteau, Abel Ferrara,Gus Van Sant. Le loro strutture sceniche sono territori di confine.

Per capire meglio, farò alcuni esempi del loro lavoro :

Catrame (1996)
Un grande contenitore nel quale vi è chiuso l’attore quasi completamente nudo. Le immagini diventano psicadeliche, luci forti e cromie acide, mentre intorno il buio nel quale sprofonda ed emerge la scatola/prigione.
Analizzando  l’ambiente in cui si svolgono le azioni è possibile vedere alcuni riferimenti ad artisti come Bacon. La struttura essenziale nella quale si svolge la performance è costituita da dei tubi metallici che costruiscono una gabbia (fig.1), poi chiusa dal plexiglas trasparente tranne che la parte posteriore e il pavimento. La struttura è un parallelepipedo, un solido geometrico che lascia vedere ciò che accade al suo interno, mentre il corpo in movimento diventa sfocato, sofferente. Se si mettessero vicini un fotogramma della pièce e un dipinto di Bacon (fig.2), potremmo vedere come sia simile il concetto di corpo e spazio. Il corpo in continuo movimento all’interno dello spazio /gabbia sembra  si disgreghi, viene completamente rimodellato.
In questo lavoro dei Motus il suono e la musica sono fra gli elementi più importanti,assieme alla luce, sembra siano loro a scolpire il corpo, a deformarlo, inseguirlo. Il movimento stesso dell’attore è incalzato dai suoni. Il corpo trasgredito rimane oltre il plexiglas e lo spettatore è coinvolto in quello spazio chiuso proprio attraverso il dilatarsi dei suoni e delle luci.

 

Gabbia
Fig. 1

 

Francis Bacon

Fig. 2. Francis Bacon

 

Catrame

Motus, Catrame

 

O.F. ovvero Orlando Furioso (1998/99)
“Orlando Furioso diviene oggetto d’analisi,passato al bisturi dell’ossessione per il tempo scenico:non è una messa in scena dell’Orlando Furioso”,non ci interessa la rappresentazione,ci interessa l’esecuzione,il processo mentale tramite cui entriamo in un argomento,un testo,un poema epico (è la prima volta che lavoriamo su un opera del genere) e lo sventriamo.
Ci sono pochi nodi che fondamentalmente ci assorbono nell’Orlando,al di là della struttura dello scritto,circolare,labirintica,dislocata su “mille piani” di senso,che già di per sè è fondamentale input alla composizione:quello che ci affascina è l’ossessione unilaterale,assolutistica, maniacale di Orlando per Angelica, donna fredda,crudele,calcolatrice,irraggiungibile.
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L’ossessione di ricostruire continuamente le scene, i “quadri” del poema,i punti focali in cui Angelica pare esistere, modificandoli di volta in volta, intervenendo sulla composizione delle immagini, come l’Ariosto/regista scriveva e riscriveva gli stessi versi per cercare l’acme irraggiungibile della perfezione: diverrà questa l’unica,vera messa in scena a nudo dei processi compositivi del teatro stesso.
La struttura scenica è allora anch’essa elemento drammaturgico: una grande, vorticosa piattaforma ruotante: circo, giostra d’esposizione atroce degli eroi/eroine del poema, in ieratiche pose pittoriche...luogo di vertiginose battaglie e patetiche relazioni amorose....pedana circolare posta al centro di una Croce di passerelle sopra elevate, che amplificano il frenetico passaggio dal moto alla stasi, al moto,alla stasi...della complessa “meccanica del desiderio” del poema.” (Motus)

Ho riportato frammenti di un discorso dei Motus perchè aiuta molto a capire l’estetica dello spettacolo. Analizziamo innanzi tutto lo schema della scenografia o meglio il complesso spazio nel quale gli attori prendono vita (fig. 3), poi alcune immagini della messa in scena vera e propria (fig. 4).

 

Scenografia

Fig. 3

 

Immagini

Fig. 4

 

Lo spettacolo teatrale aveva come scenografia uno spazio rialzato a croce e al centro una piattaforma circolare rotante, inoltre la parte più arretrata della croce rispetto al pubblico era di colore bianco e nella parte centrale vi era l’immagine di un dipinto di Tiziano (Venere d’Urbino), mentre la parte più avanzata era in plexiglas trasparente, in questo modo il pubblico vedeva ciò che accadeva all’interno. Nel video che è stato realizzato successivamente la situazione è leggermente diversa, la struttura rimane la stessa ( a croce con piattaforma circolare rotante), tutte le pareti sono bianche e la struttura portante è in tubi di metallo neri, rimane l’immagine della Venere di Tiziano in uno dei quattro bracci.
Questo lavoro è stato presentato in vari modi: spettacolo teatrale, video e performance.
La performance è ispirata al lavoro d’Orlando e stata presentata nello spazio della Galleria Vittorio Emanuele a Milano: una grande struttura circolare all’interno della Galleria con delle fessure a distanza regolare dalle quali il fruitore può guardare cosa succede all’interno (fig. 5). Il primo pensiero va agli studi sul movimento fatti alla fine dell’800, inizi ‘900, quando una serie di foto o immagini che riproducevano la sequenzialità di un movimento venivano disposte all’interno di una sorta di ruota e poi veniva fatta girare. Il fruitore che da una fessura guardava all’interno aveva la percezione del movimento della figura e non la staticità di ogni singola immagine. In questo caso il movimento è amplificato perchè all’interno della struttura gli attori si muovono sopra una pedana girevole in continuo movimento.


Spettacolo

Fig. 5

 

E’ molto interessante questo tipo di lavoro multimediale nel quale i Motus concepiscono non solo uno spettacolo teatrale ma altre versioni del lavoro stesso, così il video della performance diventa documento, mentre il video vero e proprio rimane lavoro autonomo e al contempo parte dell’ insieme.

Come un cane senza padrone (2003):
“Tentare di entrare nella scrittura di Pasolini è lasciarsi trascinare dal vento, andare per zone desertiche,passare attraverso territori di confine,in stato di guerra,dove si può incontrare di tutto.Petrolio è una sorta d’atlante geografico delirante che raccoglie,secondo una mappatura segreta,tutti gli itinerari da lui instancabilmente e coraggiosamente percorsi durante la sua breve e intensa vita,compresi funesti presagi futuri......
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Come un cane senza padrone è un primo dispositivo di avvicinamento a Pasolini, come ricognizione nelle sue geografie interiori,attraverso un sistema di ripresa del paesaggio - una macchina mangia-realtà autocostruita - composta da tre telecamere sincronizzate che filmano dal cruscotto del camper, per carpire lo scenario in movimento, senza veli, con una visione espansa da cinerama........,
andando a comporre un grande trittico cine-documentario.
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Il maggior grado di presenza è l’assenza
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Dopo lunghe e forse un pò rischiose nei quartieri più malfamati e vituperati del napoletano, ci dirigiamo a Bagnoli entrando nella sconfinata area dell’ex Italsider. Passiamo dall’Alfa Romeo di Pomigliano dove lavorava il padre di Luigi: l’ Alfa Romeo era l’auto di Pierpaolo e sarà elemento scenico centrale.
L’Italsider racchiude il senso del nostro viaggio. Un luogo immenso, superficie su cui erano impiegati migliaia di operai, ora vuota, fatiscente. Abbandonata.
Il custode, ex-operaio, ci racconta le ultime vicende dello stabilimento,mentre ci conduce allo spazio in cui faremo lo spettacolo in novembre: uno degli ultimi capannoni ancora abitabili, in cui a sede il poco personale rimasto a custodire il luogo.
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In vista della presentazione della performance a Bagnoli nel novembre 2003, al ritorno della nostra ricognizione, abbiamo deciso di concentrarci su alcuni degli appunti di Petrolio; il libro nella sua totalità è effettivamente impossibile.
C’interessa mettere a fuoco il tema della crisi della borghesia che attraversa l’ultima opera pasoliniana: negli appunti, dal ‘59 al ‘62, la “manifestazione di Carmelo all’ingegnere Carlo dell’Eni,scatena lo stesso stordimento emotivo che l’avvento dell’ospite provoca nella famiglia di Teorema. E’ su questa vicenda che poniamo la nostra lente d’ingrandimento.
Alle immagini del primo viaggio nelle periferie - che richiedono un complesso lavoro di montaggio - decidiamo di sovrapporre elementi/frammenti narrativi di quest’incontro, letti a viva voce da una narratrice “sadiana” come Emanuela Villagrossi.
Vogliamo che il racconto, la voce della narratrice, arrivino a toccare diverse corde emotive e rappresentative, non esaurendosi in un semplice reading, anche se in sintesi è di questo che si tratta. Un esperimento in cui le “descrizioni di descrizioni” inaugurino un formato rappresentativo assolutamente inesplorato: ”un film di letteratura”.
Abbiamo così affiancato, alla lettura dal vivo, un film muto interamente fuori fuoco.
Nel film gli attori agivano cercando di eseguire con naturalezza la descrizione letteraria delle azioni, impartite loro a viva voce durante le riprese.
Quella di Bagnoli è un’esperienza assolutamente nuova, specie rispetto al tempo scenico: gli attori arrivano nell’enorme capannone industriale a bordo di una vera Alfa Gt 2000 e vanno poi a sedersi ad un piccolo tavolo vicino allo schermo di proiezione dove, immobili, sonorizzano, secondo tradizionali tecniche di doppiaggio, le immagini di cui sono interpreti. L’azione si svolge nel film e viene descritta pedissequamente dalla narratrice.......” (Dal libro  “Io vivo nelle cose” - Motus)

Com’è possibile intuire dallo scritto dei Motus e dalle immagini, lo spazio di questo spettacolo è estremamente complesso. Essi partono dagli scritti di Pasolini ed iniziano a seguire i suoi itinerari: ”Petrolio è una sorta di atlante geografico delirante che raccoglie, secondo una mappatura segreta, tutti gli itinerari da lui instancabilmente e coraggiosamente percorsi durante la sua breve e intensa vita...”. Questi itinerari vengono ripresi attraverso tre telecamere contemporaneamente per poi in un secondo tempo, le immagini verranno montate sincronizzate. Foto e mappe delle città diventano materiale di studio, progettazione, appunti d’idee e soprattutto itinerari. Questo è il primo tempo della realizzazione dello spettacolo, le periferie contemporanee si legano al passato attraverso gli “appunti” di Pasolini e quelli dei Motus. Le riprese effettuate dai Motus sono uno spazio/ tempo esterno che in un secondo momento diverranno interni allo spettacolo e sequenziali, perdendo quasi la loro riconoscibilità dei diversi luoghi, riconoscibili solo da chi li vive quotidianamente. Le immagini che verranno proposte durante lo spettacolo diventano paesaggi in movimento che potrebbero avere una vita propria, come affermano i Motus, queste immagini sono un “trittico cine-documentario”.


Un momento della pièce

Foto frontale di un momento della pièce

 

Pianta e messa in scena

Pianta della messa in scena dello spettacolo

 

Trittico cine-documentario: innanzi tutto la parola trittico ci porta alla mente le grandi pale d’altare dell’arte antica e qui avviene la prima trasgressione. Il fruitore si trova di fronte non a tavole dipinte con soggetti sacri ma a paesaggi contemporanei e decadenti e con l’assenza totale dell’uomo ma è una assenza/presenza perchè gli edifici, le rovine industriali portano con se il segno del passaggio dell’uomo. Del trittico tradizionale, quello dei Motus conserva la suddivisione in tre parti (tre schermi) e la continuità e narratività delle immagini oltre alla grandezza dei supporti che sovrastano non un altare ma la scena. Altro passaggio è nella fusione di cinema e documentario.
Lo spettatore ha una visione da cinerama ma suddivisa in tre parti e ciò che vede nel filmato è un documento sulle periferie e i luoghi più malfamati delle città che Motus “attraversano”, essi fondono due generi diversi e rendono il loro linguaggio ancor più interessante e artistico attraverso l’uso dei tre video. Il contemporaneo e l’antico s’innescano fra loro per ridare al fruitore una scenografia che racconta attraverso un forte impatto visivo non solo la storia narrata dall’attrice ma anche un documento che potrebbe esser visto senza il resto dello spettacolo.
Questo primo spazio analizzato è uno spazio esterno inserito all’interno della scena, esso ha un tempo di registrazione (tempo esterno), un tempo di montaggio e un tempo interno allo spettacolo ma riporta lo spettatore fuori dalla scena attraverso le sue immagini.
La presenza umana, assente nel trittico video è invece presente nel video a fianco.
“......un film muto interamente fuori fuoco. Nel film gli attori agivano cercando di eseguire con naturalezza la descrizione letteraria delle azioni,impartite loro a viva voce durante le riprese....”

La frase che ho riportato  è dei Motus e si riferisce proprio a questo spazio video.
Innanzi tutto, le riprese del video in questione hanno un loro tempo di registrazione esterno allo spettacolo poi vengono riproposte al suo interno diventando “personaggio” o quanto meno il doppio dei personaggi che in scena, dal vivo, riproporranno parte del video. Uno spazio/tempo che va a interagire con la messa in scena in modo diretto, addirittura gli attori arrivano sull’auto poi si vanno a posizionare a lato dello schermo e danno voce al video, cioè doppiano il video come se fossero in sala di doppiaggio e non sulla scena.
Gli spazi si sdoppiano e la lettura visiva è sempre più complessa.
Nel video, inoltre le immagini sono sfocate e questo provoca un senso di straneamento al fruitore e possono esser percepite come immagini sbagliate dallo spettatore, mentre rientrano nell’ estetica, i Motus fanno uso consapevole d’ immagini appositamente “errate”. Ancor più straniante è l’effetto dovuto al doppiaggio in estemporanea, lo spettatore è di fronte ad uno spettacolo ma al tempo stesso è come se fosse dentro una sala di doppiaggio. Lo spazio/tempo di ripresa di questa parte video si fonde, compenetra lo spazio e tempo di scena e viceversa. Le immagini sfocate del video fanno tornare alla mente dipinti di un’artista spesso presente negli appunti del regista: Francis Bacon. Ad un certo punto dello spettacolo i due attori/doppiatori si alzano e “vanno in scena”,in questo modo l’effetto di sdoppiamento dei personaggi è ancor più forte, essi interagiscono con il video attraverso la gestualità e alle azioni che compiono e  così facendo si rapportano con la voce narrante che li mette in relazione (video e scena).
La narratrice è il filo conduttore di tutto lo spettacolo, è una presenza fisica ma soprattutto una voce, uno spazio sonoro che mette in relazione video e scena,è posizionata quasi al centro di essa, una luce la fa emergere dal buio, è una figura caravaggesca.

“Un esperimento in cui le descrizioni di descrizioni inaugurino un formato rappresentativo assolutamente inesplorato: un film di letteratura”.
Tenendo presente ciò che affermano i Motus si apre uno spazio e tempo mentale che appartiene ad ogni spettatore,cioè la stessa descrizione fatta dalla voce narrante che collega i vari spazi visivi-descrittivi che sono all’interno dello spettacolo al contempo è immagine mentale che ogni spettatore può ricostruire nella propria mente: ”un film di letteratura”.
I Motus trasgrediscono il cinema attraverso il video documentario dei paesaggi che al tempo stesso sono scenografia ma anche attraverso l’utilizzo della video art (es. video sfocato), inoltre la disposizione di più video e quindi spazi e tempi diversi non sono elementi del cinema. Rimane la narratività propria del cinema e del teatro ma è  attraverso essa che la dilatazione delle immagini video e dal doppio in scena, divengono spazio sonoro e letteratura, “un film di letteratura”, trasgredita a sua volta dalle immagini.
L’ultimo spazio che vado ad analizzare ma non per questo il meno importante è il capannone dell’ Italsider di Bagnoli,nel quale è stata realizzata per la prima volta la performance.

“L’Italsider racchiude il senso del nostro viaggio. Un luogo immenso, superficie sulla quale erano impiegati migliaia d’operai, ora vuota, fatiscente. Abbandonata.
Il custode, ex-operaio, ci racconta le ultime vicende dello stabilimento, mentre ci conduce allo spazio in cui faremo lo spettacolo in novembre: uno degli ultimi capannoni ancora abitabili, in cui a sede il poco personale rimasto a custodire il luogo.”
Sono gli stessi Motus a sottolineare l’importanza del luogo, esso diventa teatro ma al contempo è l’anello di congiunzione fra il passato e il presente. Un’immensa scatola spazio-temporale che racchiude tutte le altre legandole saldamente fra loro. Uno spazio che racchiude la performance e il pubblico, il video/paesaggio e i luoghi in cui è stato girato facendone parte egli stesso come costruzione decadente e abbandonata. Un luogo dove il tempo passato si mescola e fonde al tempo presente di ogni singola parte dello spettacolo e li ingloba ma non li soffoca.
Questo spazio, non è lo spazio stereotipato del teatro e diventa scenografia attraverso le sue stesse mura mal ridotte, è palcoscenico e platea, è spazio chiuso e aperto contemporaneamente: chiuso perchè è realmente un edificio che contiene la messa in scena ma anche aperto per due motivi, per prima cosa fa parte dei paesaggi riprodotti dal video-trittico, cioè fa parte di quella periferia in sfacelo che i Motus hanno ripreso. In secondo luogo è aperto perchè sia all’inizio che alla fine gli attori entrano ed escono dal capannone con la macchina. In questo modo lo spettatore non percepisce più questo spazio come chiuso ma ha la sensazione di esser all’aperto (i tre video/paesaggio diventano complementari a tutto ciò e dilatano la sensazione di esser all’esterno).

Il buio che avvolge le varie parti scenografiche/video aumenta la percezione del fruitore di uno spazio esterno perchè non vedendo i muri, il confine che li separa dall’esterno ma sentendo solamente le sonorità dei video e della voce narrante accompagnate dalle immagini del trittico, si costruiscono uno spazio esteriore mentale e uniscono le varie parti visive in un unico tempo presente.
In questo lavoro dei Motus lo spazio è la parte più complessa nella sua trattazione, esso  si costruisce attraverso tanti spazi incastrati all’interno del capannone, è un concatenarsi di luoghi diversi in tempi apparentemente lontani, in realtà passato e presente si fondono nella “scatola magica” della scena facendo diventare ognuno di essi personaggio.

Rumore Rosa (2006): lo spazio scenico che si presenta alla spettatore appena entrato in teatro è uno spazio completamente asettico. Uno spazio delimitato da grandi teli bianchi dietro e di lato ed al centro uno schermo per proiezione anch'esso bianco.
Apparentemente "non c'è scenografia" se per scenografia s'intende l'illusione di uno spazio verosimile, qui tutto e nulla può accadere in quest'atmosfera semi buia (le luci sono molto basse) e senza collocazioni ambientali ben definite.


Rumore rosa

 

Quando inizia lo spettacolo, le luci vanno ad "individuare" l'attrice che entra in scena dal lato sx, è una figura molto alta e longilinea, diventa quasi un segno grafico nel contesto scenografico. Pochissimi elementi sono in scena: un microfono sul lato sx che serve per amplificare l'audio dei due giradischi di colore bianco, altri tre microfoni sul lato dx e un ventilatore a piantana. I colori sono il bianco e il nero mentre ai lati, dietro ai grandi teli c'è una luce diffusa molto calda e dà l'effetto del movimento perchè il faro dirige il fascio luminoso su del materiale riflettente: questo effetto ottenuto con la luce dà movimento e dilata lo spazio scenico.

Dopo l'entrata dell'attrice lo spazio inizia a prender forma attraverso la video proiezione nel telo centrale. C'è un rumore di fondo ( rumore rosa) che fa capire allo spettatore di essere in una grande metropoli ma è un rumore filtrato dalla stanza dove si trova la protagonista. Il video inizia mostrandoci dei grattacieli, tutto rigorosamente in bianco/nero come vecchi film americani anni '40/'50 rivisti attraverso uno stile tipico del fumetto.
La protagonista attratta dal rumore di una sirena che proviene dall'esterno si alza e va verso lo schermo, nel frattempo si ha la sensazione che la "telecamera" che sta inquadrando la scena si sposti indietro permettendo allo spettatore di vedere pian piano la stanza dove si trova l'attrice. In pratica le immagini che si susseguono sono:

- vista esterna dei grattacieli;
- vista dell'esterno dall'alto verso il basso come se ci si stesse affacciando alla finestra;
- movimento della "telecamera" indietro e ritorno all'interno della stanza;
- riquadro finestra con tende;
- costruzione della stanza attraverso una linea nera che disegna gli oggetti presenti.

Tutto lo spettacolo è costruito sulla visione grafica dello spazio che si vede nelle videoproiezioni e dall’uso attento dei suoni, della voce e della musica. Per ogni attrice che di man in mano entra in scena, la grafica costruisce il suo ambiente e lo spettatore vi si trova all’interno, questo perchè la scena che si va via via formando utilizza dei punti di vista in continuo mutamento, come se si seguisse una telecamera in continuo spostamento e a muoverla fosse lo stesso spettatore per poter inquadrare al meglio il “paesaggio”.


Spettacolo

 

Spettacolo

 

Dopo aver analizzato alcuni degli spettacoli dei Motus, è possibile vedere come sia complesso il loro lavoro. Teatro, arte e multimediale si fondono in complicate relazioni e soprattutto il multimediale fa parte della drammaturgia: il regista parte da un’idea letteraria ma immediatamente inizia la sua ricerca attraverso le immagini d’artisti di vario genere (pittura, foto, cinema) e al contempo pensa allo spazio scenico multimediale come ad un soggetto della drammaturgia stessa.

Inoltre i Motus affrontano il problema della documentazione delle performance sostanzialmente in due modi: nel primo caso come vero e proprio documento dell’evento (es. Come un Cane senza padrone), nel secondo caso il documento diventa qualcosa d’altro (es. O.F. ovvero Orlando Furioso), quindi lo spettacolo si trasforma in video e prende “vita propria”.