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Introduzione
A qualcuno piace caldo (ma anche freddo...)
Il dogma di Gondry
Don’t Stop the (E)Motion
Bibliografia

 

Don’t Stop the (E)Motion

 

 

 

Abbiamo più volte fin qui  accennato alla concessione che “L’arte del sogno” fa all’artificiale facendo largo uso dello  stop-motion. Una deroga, questa,  plausibile e giustificata se si tiene conto dell’approccio del Gondry dei videoclip alle tecniche di ripresa e montaggio. Come già visto nel suo percorso creativo, e nella pellicola in questione soprattutto,  non sembra poter esistere una presa di posizione intransigente sull’onda di un rigore alla Von Trier,  ma una inconsapevole provocazione scaturita da un bisogno d’espressione ludica ed immaginifica compensato attraverso soluzioni altre rispetto a quelle convenzionali. Non si riscontra, nell’intera sua produzione, momento in cui si inneggi ad una fantomatica purezza dell’immagine, così come alla m.d.p come ad una camera-stylo che debba necessariamente riferire il mondo in quanto tale. L’atteggiamento è più ingenuamente funzionale che rigorosamente militante, ed ogni epurazione dell’effetto digitale o del sintetico in genere deve essere letta come una scelta utilitaristica relativa alla singola pellicola più che una sfida al tecnologico o un ravvedimento tardivo che lo riporti verso una riscoperta dell’analogico. Rispetto alla tecnica dello stop-motion  in particolare, la predilezione dimostrata non si ferma all’uso banalizzato e convenzionale, ma va a convogliare, ancora una volta, nell’ambito della sperimentazione.

 

Gondry

 

I videoclip di The hardest button to button (2003) e Fell in love with a girl (2002) girati entrambi per il duo di Detroit dei White Stripes, sono due sintomatici esempi di quanto appena affermato. Il primo crea una spazializzazione della linea ritmica del brano trasferendo a tempo gli esistenti nello spazio secondo linee che sottolineano la musicalità e creando, al contempo, giochi grafici di moltiplicazioni infinite degli elementi. Il secondo contiene già in sé una componente utile a comprendere le scelte poetico/estetiche de “L’arte del sogno”. Si combinano, come nell’esempio in esame, l’elemento ludico e manuale, rappresentato dalle costruzioni di plastica tipo LEGO, al movimento di cui  queste possono godere grazie all’intervento dello stop-motion, e quindi della tecnologia. La corsa delle figure di mattoncini, ad esempio, contiene una fluidità che contrasta  con la natura statica della costruzione, evidenziando un movimento che solo un evidente intervento “speciale” può far ottenere. La dinamica è del digitale, ma la componente materica, per quanto facilmente ricostruibile sinteticamente, assume una valenza più concreta e viscerale se presente realmente. L’immagine è digitalizzata, ma comprende un sottotesto analogico e concreto evidenziato, ancor di più, dall’intro del video, in cui un bambino monta i mattoncini che vanno a trasformarsi in un countdown figurato. Elogio del prodotto manuale che è a capo di tutto ed è prima di tutto, nonché apologia della figura dell’autore demiurgo che con il proprio giocoso e scanzonato ingegno sovrintende alla creazione analogicae/o digitale dell’opera.  Ecco come anche in questa concessione al sintetico non ci si attenga ad una virtualità totale, ma si cerchi solo di simularla per spingere oltre la capacità dell’analogico, associandolo all’idea del manufatto, dell’artigianalità.

 

Gondry

 


Se “Eternal sunshine...” aderisce, se pur nella sua singolarità, ad una estetica più statunitense, l’idea di un europeismo un po’ decadente permea “L’arte del sogno” arrivando a caratterizzarlo profondamente. Tutto ciò si inserisce nella scelta di rappresentare in modo altrettanto “vecchio stile” anche i momenti più significativi.


Quelli che vediamo scorrere sullo schermo sotto forma di stop-motion sono comunque fotogrammi che manipolati si concatenano differentemente da quanto non farebbero se lasciati procedere secondo il proprio ritmo naturale. Quindi esasperazione o per meglio dire, manipolazione artificiale, di situazioni che contemplano dei referenti effettivi. Riprendono oggetti reali, manufatti che facilmente sarebbero potuti essere creati con un banale esercizio di computer grafica, ma che qui, giocando sul filo del vero effettivo e della sola verosimiglianza, diventano simboli.i 

L’approccio mantiene un legame affettivo ed emozionale con l’oggetto reale, ripristinando idealmente il vincolo referenziale. Una scelta, come già detto, che sembra spingersi verso un risanamento della peculiarità  intrinseca della fotografia e del cinema analogico, ma anche verso una fusione pacifica delle due istanze, quella classica e quella digitale, chiamate a convivere e supportarsi vicendevolmente.