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Introduzione
Il cinema e la videoarte di Michel Gondry hanno da sempre sfruttato tutte le potenzialità che il digitale e la tecnologia sono stati in grado di offrire. Ciò nonostante l’iter creativo del regista francese non si è mai liberato di una concezione più artigianale e manifatturiera del cinema in senso lato e del profilmico e della scenicità in senso stretto.
In tutto ciò “L’arte del sogno” (“La science des rêves”, 2006) costituisce sia una conferma, sia una eccezione, un apparente inversione di marcia rispetto alle consuetudini del digitale, dove questo residuo di artigianalità prende il sopravvento, ma anche un esempio di coesistenza pacifica e proficua dei due statuti, come nella migliore delle tradizioni di Gondry.
Tratteremo brevemente del digitale e/o del non digitale ne “L’arte del sogno”, passando per una obbligatoria riflessione sull’opportunità di riconsiderare le tradizionali teorie circa l’ontologia ed il realismo cinematografici alla luce dell’avvento dell’immagine sintetica, analizzando il ruolo di Gondry all’interno del discorso.
In tutto si tratterà del digitale non solo come supporto, ma come filosofia di rappresentazione, come creazione di immagini altre prive di referente specifico, come sostenitore di una virtualità autoreferenziale, rispondente alla sola elaborazione creativa di una idea o di una immagine puramente mentale.
Vedremo quindi come il problema del realismo cinematografico in Gondry trovi soluzioni alternative, linee di condotta trasversali, ibridazioni fertili e concettualità rispondenti ad una poetica del tutto personale.
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