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Il lavoro di un artista
Quello che voglio realizzare in questa seconda parte è l’osservazione, nonché una sorta di analisi di alcune delle sue opere più significative, che possono essere considerate undici e sono le seguenti: The Guide (1995), Three Times Removed (1996), Life is Like Water (2002), Either Side of an Empty Room (2002), Unexpected Launching of Heavy Objects (2003), The Presence of Absence (2003), Album (2004), Ten Seconds (2004), Intervals (2004), Tenderly Yours (2005), Triptych: Motion Stillness Resistance (2006). Ma andiamo in ordine cronologico. The Guide è una narrazione basata su immagini e testo. Vi si accede cliccando sull’immagine di una vecchia televisione, sulla quale compare una citazione di E.R.Murrow “The obscure we see eventually. The completly apparent takes a little longer”. Possiamo scegliere un canale, cliccando su dei numeri disposti in maniera disordinata (vi sono numeri casuali, né crescenti, né decrescenti, il quattro e il sei si ripetono due volte portando agli stessi ritagli). I visitatori vengono così condotti tra i ritagli di una guida tv. Questi pezzi decontestualizzati, privi di funzionalità per il medium che presentano, rendono quest’opera densa di umorismo. Inoltre nel momento in cui si clicca su di uno di questi, oltre al ritaglio, compaiono a sinistra l’opzione per tornare alla selezione dei ritagli e a destra l’immagine di una piccola tv, che se cliccata porta ad una serie di commenti anonimi, fatti da precedenti visitatori, riguardo cosa sia per loro la televisione. Così ritroviamo commenti quali “..a disease”, “..babysitter” e “..an emptiness filled with emptiness”.
Three Times Removed si costituisce a sua volta di una narrazione basata sulla combinazione di testo, animazioni ed immagini. Lo scopo per il quale viene utilizzato il medium digitale è la ricostruzione della storia di una famiglia di Budapest attraverso la memoria. Nel momento in cui si accede all’opera ci troviamo di fronte ad una scelta, possiamo cliccare su una di queste parole: entry, memory, family, self. Cliccando su una delle ultime tre si accede alla sezione dei commenti (riguardo appunto questi tre temi) dei visitatori. Cliccando su entry inizia il nostro “viaggio”. Inizia il racconto della storia di questa famiglia, tutto ciò tramite parole e fotografie su sfondo nero. Ciccando su immagini, parole o segni si attraversa la memoria. La narrazione consiste di frammenti lirici, scorci di un infanzia in tempo di guerra a Budapest. Le immagini digitalizzate sono color seppia, come fossero ricordi che si materializzano dal passato lentamente e gradualmente.
Life is Like Water [7] è un lavoro che scandaglia la possibilità delle sequenze non lineari attraverso l’interfaccia web. Inizia con un piccolo schermo nero dove compaiono e subito svaniscono una serie di domande che dimostrano uno stato di dubbio dell’autore e conseguentemente lo innescano anche in chi guarda. Poi c’è un susseguirsi di lente sequenze mostrate in piccoli video che compaiono sullo schermo. Immagini leggermente sfocate che si alternano a brevissimi e rapidi loop [8]. L’impressione di confusione spazio temporale si accentua sempre più. Fanno pensare ad una situazione come potrebbe essere quella di un sogno, nel quale alcuni ricordi, forse rimossi, tornano. Una rappresentazione urbana con una particolare colonna sonora, alternata a momenti di silenzio. Uomini che camminano l’uno di fianco all’altro in metropolitana e, nonostante ciò, un grande senso di solitudine. Una narrazione fatta di impressioni e di attimi.
Riporto interamente un intervista fatta da Sylvie Parent [9] a Peter Horvath tramite e-mail nell’ottobre del 2002 riguardo appunto a quest’opera [10]. Sylvie Parent: Life is Like Water (LiLW) begins with questions that trigger a state of doubt. Then a series of videos contribute to deepen this impression of spatial and temporal confusion. It becomes difficult to properly identify the situation. It makes us think of a dream, of memories coming back, or of near-death experience stories. How did you become interested in creating this kind of experience for the web? SP: There is a reference to the 9/11 catastrophe in your work. Do people react strongly to this reference? Why did you decide to include this reference in this particular work? SP: Does the notion of 'soul' apply to your work LiLW? As far as the question of whether there is a soul on the internet - my definition of 'soul' would revolve around something that is 'living' but also organic. To me, the net is living in a technical sense, and in a communicative sense, but I'm not sure if I could say it is comparable to something that has to breathe to stay alive.
In Either Side of an Empty Room, progetto commissionato a Horvath dal Musèe National Des Beaux-Arts du Quèbec per la programmata installazione “Ellipse” la condizione di più finestre aperte è fondamentale. Anche in questo caso abbiamo parole, frasi che compaiono (“May I die of happiness”) e un piccolo riquadro che parla della fase rem del sonno e di quei momenti nei quali la pupilla si muove freneticamente [11]. Con momenti di accompagnamento sonoro, i video e le immagini si susseguono, alcune riconoscibili, altre indistinguibili. Le sequenze, che sono autobiografiche, si sdoppiano in diverse finestre ricoprendo lo schermo. Il tema è quello del sogno posto in contrapposizione/relazione con la realtà. È un ritratto frammentato in una sorta di rappresentazione di corpo e psiche che si confondono.
Unexpected Launching of Heavy Objects fa parte di un progetto denominato wartime, un esibizione collettiva di più di cinquanta artisti digitali che riflettono sul tema della guerra, riguardo passato, presente e futuro. Sfondo bordeaux (che sottolinea il tema della violenza) per la parte iniziale dove molte piccole finestre iniziano ad aprirsi e chiudersi freneticamente, spostandosi sul monitor in un movimento convulso. Proprio come suggerisce il titolo, quello che avviene è un inaspettato lancio di oggetti. Al centro compare poi un video accompagnato da un allegro sottofondo musicale. Uomini che marciano. Poi compaiono altre piccole finestre tutte intorno. Piccole immagini di guerra, bombe che esplodono distruggendo ogni cosa. E ad una ad una si chiudono le finestre, fino all’ultima che riporta questa frase: “We are not anonymous”.
The Presence of Absence è un opera commissionata per il Whitney Museum’s Artport. Una volta effettuato l’accesso ci troviamo di fronte ad uno schermo nero sul quale compare una finestra con il volto iconico di un uomo. Per accedere ai video e quindi alle informazioni dell’opera è necessario muovere il mouse sopra questo volto (questa la chiave del sito) e si noterà che l’immagine cambia. Cliccando su queste immagini alternative e su alcuni piccoli punti bianchi che compaiono nelle finestre, ecco che compaiono i video. Immagini di strade, finestre, una televisione, una donna che piega i panni, il volto di un uomo. Rivediamo poi quest’uomo in gabbia, la gabbia vuota di un uccello, simbolo dello stato di non libertà nel quale vive l’essere umano. Si vede un donna che sfiora con le sue labbra le sbarre quasi a cercare di baciare l’uomo. Tutto ciò accompagnato dalle malinconiche musiche di Broken Social Scene e Lenni Jabour.
Parte di un esposizione denominata “Pause” [12] Album è un’opera che si schiude come la coscienza stessa. Sfondo bianco, sul quale compaiono due video uno accanto all’altro, un orologio dove vediamo scorrere le lancette e degli uomini seduti su di una panchina. Sfondo più scuro, si palesano piccole finestre con immagini sfocate, forse volti. In sottofondo un concerto di pianoforte di Lenni Jabour. Vediamo altre finestre e dettagli apparentemente incongruenti. Questo lavoro consiste così in una raccolta di immagini e suoni, ovvero pezzi di memoria che rivelano momenti ed esperienze della storia di un individuo.
Ten Seconds si apre su uno sfondo nero dove viene brevemente spiegato il desiderio dell’autore di creare qualcosa della durata di dieci secondi, perché dieci secondi, secondo lui, possono bastare per fare svariate azioni. Intorno a questo concetto costruisce la narrazione. Per accedere alle nuove finestre si può scegliere di cliccare su cinque parole: end, future, oblivious, step aside, subway. Tramite questi termini accediamo appunto ai vari video, ovviamente di dieci secondi l’uno. Immagini autobiografiche e frenetiche composte di volti, scritte (compare ripetutamente il termine psiche) e immagini metropolitane, rappresentative della città e della modernità (tema più volte indagato dall’artista).
Intervals, opera commissionata per il portale turbulence.org, esplora una serie di caratteri umani che si interrogano su se stessi attraverso alcune sequenze. Lo sfondo è costituito da un cielo scuro, denso di nuvole. Compare una finestra centrale nella quale osserviamo un video. Vediamo nuvole in movimento e forme geometriche colorate. Poi compaiono quattro figure e lo sguardo si avvicina ad una ad una, osservando corpi, volti e personaggi. Una ricerca dell’identità lenta, malinconica e surreale, che traspare dalle espressioni dei volti. Compaiono altre finestre. Uno alla volta i personaggi parlano di sé attraverso dei sottotitoli, accompagnati in alto a destra da piccole immagini di vecchie pellicole (quasi degli alter-ego dei personaggi). Sono brevi episodi autobiografici che vanno ad illustrare piccoli momenti di perdita dell’innocenza, paure e dubbi. L’utilizzo delle finestre pop-up crea una sorta di collage virtuale di memorie, sentimenti e ansie fortemente umani.
L’opera che forse più si avvicina al cinema è Tenderly Yours. Lo sfondo è rosso, simbolo dell’amore e della passione ovviamente. Inizia un racconto, è la storia di una donna, narrata dalla voce di Joséphine Truffaut, accompagnata a sua volta da dei sottotitoli. La donna del racconto si chiama proprio Josèphine e sappiamo di lei mentre si muove lungo la città, con il suo amante. L’ostinata indipendenza di questa donna la porta a temere l’intimità. Così, consumata da questo sentimento, un giorno d’improvviso scompare e il suo amante rimane così perplesso, che inizia a porsi delle domande. Che lei fosse finzione? Che forse non sia mai esistita, se non nella sua mente? Il volto di lei riappare, unito a quello di un attrice, come a sottolineare il dubbio dell’amante. La storia scorre su di uno schermo centrale al quale ogni tanto si affianca un piccolo schermo a sinistra sul quale scorrono brevi video. Questo progetto esplora il tema dell’amore, della perdita e della memoria. L’opera si chiude suBlue Sunday dei Doors.
Triptych: Motion Stillness Resistance è l’ultima delle opere che andiamo ad osservare. Consiste di tre video in tre riquadri affiancati, denominati, rispettivamente: motion, stillness e resistance. Ognuno dei tre riquadri si focalizza su una dinamica, appunto moto, stasi e resistenza, e la utilizza come una sorta di metafora delle esperienze, delle sensazioni e dei sentimenti umani. I video sono scelti in modalità random, colti in modo casuale da un database centrale (o meglio da tre database ognuno collegato ad un riquadro). In questo modo la visualizzazione di quest’opera risulta ogni volta unica.
Conclusioni Portata a termine questa ricerca cosa possiamo dire di quest’autore?
Note 7) Una curiosità. Molte delle sequenze di questi video sono state girate a due passi dal World Trade Center nella primavera del 2001, lo stesso anno della tragedia dell’11 settembre. [back] 8) Il loop è un processo ricorsivo, un ciclo, ovvero una serie di operazioni che si ripetono. [back] 9) Sylvie Parent è una scrittrice free lance che vive a Montreal. Dal 2002 al 2004 è stata l’editrice francese di HorizonZero, una rivista online del Banff New Media Institute. Prima di tutto ciò è stata la principale editrice del CIAC's Electronic Magazine (1997-2001). Ha scritto testi per molte pubblicazioni e ha contribuito a siti web quali Archée, MobileGaze, The Daniel Langlois Foundation for Art, Science and Technology, ZeroOne San Jose/ISEA 2006. Ha curato la parte di web art della Biennale de Montréal 2000. Con Valérie Lamontagne, ha curato Location / Dislocation per il New Museum of Contemporary Art di New York nel 2001. [back] 10) Quest’intervista è tratta dal sito web http://mobilegaze.org. Il sito web MobileGaze è un collettivo online di artisti, dedicato alla promozione, presentazione e discussione riguardo lavori creati con i media digitali. È stato fondato nel agosto del 1999 da Valerie Lamontagne, Brad Todd e altri collaboratori. [back] 11) Chiaro riferimento al tema del sogno, che porta lo spettatore a chiedersi se ciò che vede sia un sogno o realtà. [back] 12) A questo progetto hanno partecipato anche artisti come Yan Breuleux (Canada), Jonah Brucker-Cohen (USA), Grègory Chatonasky (Francia), David Clark (Canada), David Crawford (USA), Paul Devens (Olanda), Reynald Drouhin + Emilie Pitoiset (Francia), I8U (Canada) e MTAA (USA). Per quanto riguarda questa esposizione si possono trovare maggiori informazioni su mobilegaze.org. [back]
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