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Videodrome

 

 

 

In Videodrome, lo sguardo di Cronenberg sarebbe da definirsi come un presagio ante litteram sul mondo mass-mediale odierno. Videodrome è la prima fase di un’evoluzione che ci porterà ad una progressiva compenetrazione con l’interfaccia digitale e la tecnologia del futuro. Nel film, Max Renn arriva ad interagire “internamente” col segnale telematico e grazie ad un particolare visore aumenta sempre più la sua immersività in Videodrome. Tra l’utente Max e il suo oggetto mediale Videodrome si viene a creare una perfetta interazione.


Lo schermo contemporaneo presenta allo spettatore una vicenda avvincente che lo obbliga ad agire e fare delle scelte. L’utente contemporaneo è costretto ad oscillare tra il ruolo di spettatore e quello di fruitore, passando dalla percezione all’azione, dalla visione della vicenda alla partecipazione attiva [9], in una fusione sempre più radicata. Max interagisce di continuo con la nuova cornice creata da Videodrome: quello che vede sullo schermo televisivo è più reale di quello che vede nella vita vera. Max Renn si perde nella rete rizomatica di Videodrome, diventando il servo meccanico del segnale. Con il suo Videodrome, Cronenberg ha presentato una malinconica e furente radiografia di un mondo che sembra condannato a vivere nella forma dell’allucinazione, in cui gli individui sembrano programmabili come un apparecchio di videoregistrazione [10]. Questo film è esemplificativo perché antesignano di quel modo di trattare la materia filmica che caratterizzerà i decenni successivi.
Lanier ritiene che la realtà virtuale può controllare la memoria umana e può aprire la strada all’era della comunicazione post-simbolica, priva di linguaggio o di qualunque altro simbolo [11].


Videodrome è la tragedia dell’alterazione del principio di realtà. L’autore riesce a rendere questa sensazione di totale manipolazione, evitando di formulare in maniera lineare l’idea di partenza del film, seminando lungo tutto l’arco della vicenda indizi e tracce da riunire poi nel disarmante finale.
Il regista contestualizza diverse possibilità di espressione. Cronenberg parte dal presupposto che lo schermo televisivo è l’unico vero occhio umano. Di conseguenza esso fa parte della struttura fisica del cervello dell’uomo. La mente rappresentata da Cronenberg risulta facilmente manipolabile attraverso le immagini presentate.


Sfruttando gli effetti dell’esposizione alla violenza sul sistema nervoso, nella testa di Max si apre una via attraverso il quale penetra il segnale Videodrome. Questo semina un tumore talmente forte da conformarsi come un organo che diventa parte integrante del cervello di Max. A causa del nuovo organo nascono allucinazioni così realistiche da sembrare reali e da sostituirsi infine alla realtà stessa.


A partire da questa idea così articolata, Cronenberg mette in scena un incubo biotecnologico che dà forma al paesaggio massmediale.
In Videodrome, il crollo della linea di demarcazione tra paesaggio interno e esterno ha la sua causa scatenante nell’attestazione dell’assurdità  dei media.
La televisione è il grande buco nero in cui precipitano e si muovono le tragedie moderne. Lo shock delle immagini porta alla dissoluzione della coscienza del corpo reale. Il regista canadese in Videodrome dà anche corpo ad una delle ipotesi più inquietanti di Burroughs: l’attivazione di processi virali tramite codici scomposti che vengono decifrati dal corpo di chi è esposto al messaggio. Carne che si innesta nel corpo facendolo diventare qualcosa di nuovo. Cronenberg mette in scena la più violenta mutazione antropologica cui il cinema abbia mai dato vita. Per lui l’esistenza è un videogame biologico. Secondo Ballard, ulteriore ispiratore del regista e dei suoi film, l’uomo è lo specchio di una trasformazione in atto, il suo corpo avverte la necessità di ibridarsi con la meccanica per piacere, per sopravvivenza e per necessità evolutiva.


Androidi, replicanti, cyborg e robot possono essere considerati come il simbolo di una nuova contaminazione. L’uomo contemporaneo sembra aver scelto il contagio con la tecnologia per creare una nuova essenza [12].
Cronenberg attraversa l’ossessione del mentale: i suoi film mettono in scena l’alterazione prodotta da un contagio in un processo di corporeità sfuggita completamente al controllo della mente. Con Videodrome il regista ha voluto suggerire la possibilità che in un uomo si possa innescare una sorta di cancro creativo che si contrae dai media e trasforma il corpo in uno strumento controllabile. In Videodrome c’è una mutazione, un progressivo dominio delle macchine che si unisce all’uomo: un insieme di processi organici che avvengono al confine dell’interfaccia umano/postumano.


Cronenberg spinge la compenetrazione fino alla fusione della dimensione organica con quella inorganica. Gli stessi individui possono essere manipolati geneticamente per farli funzionare come televisori creatori di simulacri di realtà. Max Renn diventerà l’incarnazione del videoverbo. Cronenberg crea la trasmutazione elettronica: ciò che il regista suggerisce nel suo film è che la nostra mente non è più sufficiente a contrastare l’era del mass-media [13].
Videodrome è un allucinante viaggio nel metamorfico mondo onirico di Cronenberg in cui protagonista è l’identità mutante. La realtà mediatico-catodica è un potere che controlla, che annienta le coscienze, che cresce a dismisura con l’aumentare dei messaggi introiettati attraverso il mezzo televisivo. Cronenberg sembrava aver già capito lo sconcertante futuro dell’Occidente. Videodrome appare infatti come la forma cristallizzata di un’attenta osservazione degli eventi dati da minime cause e squassanti effetti. Il suo film è un’unica grande metafora del controllo esercitato dal mondo mass-mediale sulla persona. La sua è una disincantata previsione di ciò che questo potere causerà agli uomini isolati in luoghi reconditi [14].  

  
Con Videodrome,  Cronemberg fa corrispondere ad una realtà virtuale una nuova oggettività in cui non c’è più demarcazione tra reale e virtuale. Il regista canadese realizza il primo film d’avverntura che sperimenti “l’incorporea esultanza del cyberspazio” [15]. Questo film è forse l’affermazione definitiva del cosmo di Cronenberg: un puzzle labirintico, incredibilmente complesso e composto da differenti connessioni. Videodrome è la narrazione del mezzo di comunicazione visuale ridotta a superficie allucinatoria che riflette realtà distorte. Il testo si nega e smentisce la possibilità di distinguere il piano della realtà da quello dell’allucinazione.


La realtà di Max Renn è già una video-allucinazione che ingloba la sua mente. La televisione è il mezzo ipnotizzatore che comporta un’esplosione catodica e la sua progressiva proprietà manipolatrice. Videodrome è la trasmissione di un segnale, uno dei tanti segnali televisivi socialmente pericolosi e un input subliminale il cui scopo è incidere direttamente sul sistema nervoso e interagire con esso.


L’uomo mediale è diventato una sintesi biomeccanica, una video parola fatta carne che interagisce solo nell’iperrealtà monitorizzata. Il protagonista dei media contemporanei vive un processo di destrutturazione e ristrutturazione del reale che diventa una perfetta ibridazione tra organico e inorganico.
Quello che il presente ci prospetta è una realtà di contaminazioni. Cronenberg e l’entità videodromatica hanno presupposto una corporeizzazione tecnologica che vive il passaggio da una realtà obsoleta a una in fibrillante metamorfosi [16], proprio come è accaduto all’interfaccia dei media più famosi del ventesimo secolo.

 

Note

9) Manovich L., cit. p. 261-262. [back]

10) Canova G., David Cronenberg, Il Castoro-cinema, Milano, 2000, p. 55. [back]

11) Manovich L., cit. p. 83. [back]

12) Alfano Miglietti F., Identità mutanti, dalla piega alla piaga:esseri delle contaminazioni contemporanee, Milano, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2004, p. 14, 22. [back]

13) Nazzaro G.A., Videodrome, Reggio Emilia, Cinemasessanta n. 4- Archivio schede, 1993, p. 1. [back]

14) Ticchi D., Videodrome,la video-parola che si scopre carne, www.cinemavvenire.it, 2005. [back]

15) Canosa M.(a cura di), La bellezza interiore, il cinema di David Cronenberg, Recco, Le Mani,1995, p. 49. [back]

16) Macrì T., Il corpo postorganico, sconfinamenti della performance, Milano, Costa&Nolan, 1996, p. 7. [back]